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Uno dei nostri sogni é sempre stato quello di viaggiare in lungo e in largo senza avere la pressione di tornare alla routine giornaliera, ma con un senso di libertà assoluto. 

Per questo motivo, abbiamo deciso di lasciare tutto e tutti e partire all'avventura alla scoperta dell'America Latina. 

Dato che questo viaggio é all'insegna della libertà, non vi é un percorso ben definito, questo sarà delineato man mano che avanzeremo, godendoci appieno il tempo e il luogo presente.

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 Ieri abbiamo fatto un tour de force visitando due dei più importanti e antichi patrimoni UNESCO dell’Indonesia. Sveglia alle 4.30 del mattino per arrivare al tempio buddista di Borobudur nelle prime ore del mattino, in cui le temperature sono ancora sopportabili evitando pure le orde di turisti.

Prima tappa dunque Borobudur, un tempio dalle dimensioni assai ampie che risale a circa 1200 anni fa, il quale si erge tra le colline verdi di palme e risaie, offrendo un panorama idilliaco. Il vulcano Gunung Merapi fa magicamente da sfondo a questo paesaggio quasi surreale. Ci incamminiamo all’interno di questo sito in compagnia di due viaggiatori conosciuti sul bus: Thiago da Rio de Janeiro e Beatrice svizzera di Bienne. Questo è anche il bello di viaggiare, si incontrano persone interessanti con cui si condividono anche solamente attimi di vita, ma con cui ci si sente subito uniti da questo stesso spirito di ricerca e conoscenza verso luoghi e culture diverse dalla tua. Dopo aver assaporato un senso di apertura all’universo dalla cima del tempio torniamo ai desideri terreni facendo colazione e ripartendo in seguito per il secondo sito.

Facciamo una tappa intermedia ad un monastero e tempio buddista chiamato Mendut. A confronto con Borobudur può sembrare insignificante ma da subito ci incanta il suo giardino con le sue statue particolari e le sue piante ben curate facendoci sentire in armonia con la natura.

Ripartiamo alla volta di Prambanan, il più grande complesso religioso hindu di tutta l’isola di Java. Quest’ultimo fu costruito circa 50 anni dopo Borobudur e oltre che contenere templi hindu sono stati inclusi piccoli templi buddisti per simboleggiare armonia tra le due religioni. La differenza più significativa tra i due siti è la struttura dei templi: se Borobudur è sviluppato orizzontalmente, Prambanan tende invece verso l’alto (come potrete ben notare dalle foto).

Per concludere in bellezza la visita consumiamo un ottimo fried rice in compagnia dei nostricompagni di viaggio e ci salutiamo augurandoci felici avventure e chissà che ci rincontreremo in questa o in una prossima vita…

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Quest’oggi abbiamo esplorato la città di Jogja cercando di immergerci un po’ nella sua storia. Prima tappa il Palazzo reale chiamato Kraton dove tuttora vive il Sultano dell’Indonesia con la moglie, mentre le sue 4 figlie sono sposate o studiano altrove. Ci aspettavamo una di quelle regge in stile pomposo Versailles, mentre invece abbiamo constatato che il palazzo in sé è sobrio e le ricchezze in mostra non sono per nulla ostentate. Ci viene assegnata una guida volontaria, una signora con un senso spiccato dell’ironia che ci spiega un po’ di storia e curiosità sulla famiglia del sultano e i suoi predecessori.

In passato i sultani potevano infatti sposarsi con più mogli e quindi arrivavano ad avere fino a 25 figli in totale, un bel po’ da fare e anche problematiche da risolvere come puntualizzava la nostra guida. Per cui solo recentemente l’ultimo sultano ha deciso di avere una sola moglie, sebbene nella religione musulmana si potrebbero avere fino ad un massimo di 4 mogli. Passando alla storia indonesiana, il Paese ha acquisito la sua indipendenza solamente nel 1945, dopo essere stati occupati dal Giappone e in precedenza dai Paesi Bassi. In effetti si nota ancora attualmente qualche residuo di colonialismo olandese in alcune parole e nomi di vie ed edifici. Inoltre l’affluenza di visitatori olandesi è considerevole.
Terminata la nostra visita al Kraton con un concerto di musica tradizionale suonata dal vivo dai guardiani del palazzo, proseguiamo il nostro cammino verso il Water Castle, ovvero castello delle acque tradotto letteralmente, in cui il sultano si rilassava con la moltitudine di mogli nelle svariate piscine costruite attorno a questo castello. Un semplice vecchietto ci approccia lungo la strada che conduce al castello facendoci all’inizio le solite domande (da dove veniamo,…), ma sembra che ne sappia veramente molto dei luoghi e ci dà preziosi consigli su dove andare e i posti da evitare (tourist traps). Si chiama Rubyo e ci accompagna volentieri al castello facendoci da guida spontanea, forse per piacere o per guadagnarsi qualche rupia giornaliera. Ci racconta che un tempo faceva il conduttore di becak, ma che con gli anni si è ammalato, forse per lo sforzo comportato in quel lavoro.  Non importa veramente il suo vero intento, apprezziamo la sua gentilezza e le sue conoscenze in ambito storico e culturale del castello, dove ci guida negli angoli più segreti facendo viva la storia di un sultanato glorioso, di cui oggi rimangono solamente rovine. Dopo essere passati in vicoli sotterranei, sbuchiamo all’improvviso in un’area abitata in cui un tempo c’era un ampio bacino riempito di acqua. Gli abitanti di quest’area sono per lo più artigiani di batik. Abbiamo la fortuna di visitare uno studio autentico di artisti di batik e marionette tipiche indonesiane, di cui il proprietario ci illustra i le tecniche di lavorazione che risultano essere assai complicate e comportano una lunga procedura. Affascinati dai quadri in stoffa lavorati a tecnica batik non possiamo fare a meno di acquistarne uno a prezzo conveniente come ricordo di questa magnifica giornata. Un grazie di cuore a Rubyo il quale ci ha reso questa visita speciale!  

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Cosa c’è di meglio di un giro in becak per assaporare le strade vibranti di questa città e nel frattempo essere eco-sostenibili? Di fatti il becak è un mezzo tipicamente indonesiano costituito da una mezza bici annessa ad una carrozzina a due ruote davanti e adibita al trasporto di persone. Qui di seguito il nostro tour di Jogja con il nostro amico “gambe d’acciaio”.

15
Jul 2012

Welcome to Jogja

Oggi, Domenica 15 Luglio siamo giunti a Yogyakarta, ubicata sull’isola principale indonesiana di Java. Perché questa scelta vi chiederete? Da un lato semplicemente per la simpatia del nome che mi evocava Yoga, dall’altro lato soprattutto per la sua nomina di cittadina culturale - artistica grazie ai suoi mille atelier di arte e Batik. Di fatti la tecnica del Batik proviene da queste zone e gli oggetti manifatturieri che abbiamo potuto ammirare esposti sulle numerose bancarelle e in negozietti lungo la strada principale sono veramente spettacolari! I prezzi in generale di cibo e altro sono più che abbordabili; per darvi un’idea un pasto completo inclusa la bibita costa al massimo 4 CHF a testa e le quantità offerte non sono certo limitate.  La prima impressione risulta essere più che positiva, grazie anche alla scelta azzeccata dell’hotel, localizzato in un quartiere bohemien e giovanile della città e provvisto di ogni comfort e decorazione tipicamente indonesiana (presto metteremo delle foto). Si tratta di totalmente un altro mondo paragonandolo all’alloggio alquanto sinistro di Singapore.

Sebbene tutto sembra andare alla grande, il nostro arrivo ha comunque comportato un primo ostacolo o imprevisto di cui avrà il piacere di raccontarvi nei dettagli Lucas qui di seguito:

Per farla breve, in questo momento mi ritrovo senza la mia carta Maestro! Sicuramente penserete che qualche ladro o borseggiatore me l’abbia fregata o un gruppetto di Ninja indonesiani mi abbia aggredito… ma non è successo nulla di tutto ciò! Appena arrivati all’aeroporto di Yogyakarta veniamo deviati verso lo sportello per il visto, costo dell’operazione 25USD o 250'000 rupie, denari che non abbiamo con noi. L’agente della sicurezza aeroportuale mi propone di uscire a prelevare la suddetta somma, lasciando in pegno il passaporto. L’operazione non convince molto, ma sembra essere l’unica soluzione all’imprevisto. Esco tranquillamente dall’uscita evitando ogni sorta di controllo e mi dirigo verso il bancomat, che teoricamente dovrebbe essere lì a due passi. Dopo un centinaio di metri, ansioso di concludere quest’operazione il più in fretta possibile, riesco a trovare queste cabine con all’interno il bancomat. Entro nella prima, subito si sente un gran caldo estivo e inizio a sudare. Infilo la tessera, ma non mi lascia prelevare la somma richiesta. Ritento la transazione nel bancomat accanto, e tutto sembra andare liscio. Decido di prelevare 2 milioni di rupie, un bel mazzetto di banconote fresche e non essendo abituato a queste cifre, cerco di infilarle nervosamente nel borsello per non dare all’occhio (non so a chi, visto che sono rinchiuso in una cabina!!!). Torno a passo sostenuto all’ufficio visti all’interno dell’aeroporto, ma improvvisamente mi accorgo di aver dimenticato di recuperare la mia preziosa fonte economica, ovvero la mia carta Maestro!!! La situazione si fa più critica del previsto! Con un mezzo sorriso nervoso spiego all’agente l’accaduto. Gli riconsegno il passaporto per la seconda volta e a passo di corsa, cercando di farmi spazio tra la folla di passeggeri, tassisti, venditori ambulanti, etc., raggiungo il luogo del fattaccio! La speranza di ritrovare la carta è quasi nulla, infatti non c’è traccia della carta scomparsa! Per l’ennesima volta torno dove mi aspetta impazientemente Diana, e fortunatamente, grazie al gruzzoletto fresco fresco di rupie, possiamo ottenere i visti turistici di entrata. Per la cronaca 2 milioni di rupie corrispondo a 200 franchi svizzeri.

Malgrado questo benvenuto abbastanza problematico nel Paese, Yogyakarta ci ha accolto a braccia aperte con la sua energia pulsante e i mille colori. Non vediamo l’ora di condividere presto altri episodi ed esperienze interessanti durante i nostri 4 giorni di permanenza in questa viva cittadina di Java. 

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Sono le 21.08 ora locale e il viaggio è stato lungo, almeno per la sottoscritta, visto che Krabi invece si trova ad un tiro di schioppo da Singapore. Volando con Lufthansa, volo 778 da Francoforte la spossatezza tipica da viaggio è stata fortunatamente alleggerita grazie ai comfort dell’aereo, forse il più grande su cui ho mai volato: questo modello è stato infatti costruito su 2 livelli e per ragioni puramente economiche mi trovavo nella classe economy al primo livello… mi piaceva immaginare i passeggeri della business e first class sorseggiare una coppa di champagne al bar, posto nel bel mezzo del loro piano, allietati dalle note sinuose di musica lounge… chissà se in futuro ci saranno aerei in stile crociera con attività e svaghi, il tempo passerebbe sicuramente più in fretta, soprattutto per coloro (tra cui la sottoscritta) che non riescono a chiudere occhio.

Tornando alla realtà, sono stata felice di raggiungere Lucas a Singapore per continuare insieme questa avventura… avremo modo di uscire dalla nostra zona comfort, siccome l’Indonesia è per tutti e due un Paese ancora  ignoto. Però prima di proiettarci verso il futuro qualche pensiero su quel poco di Singapore che abbiamo visto è necessario. Ci troviamo al momento al Just Inn Hotel, struttura abbastanza squallida localizzata in un quartiere di periferia. Definirei il posto molto west-side (terminologia Cobrese) per chi sa cosa si intende. Per fortuna si tratta di un solo pernottamento prima della nostra partenza per Yogyakarta, perché la camera in cui alloggiamo è simile ad una cella: senza finestre e illuminata dalla luce di soli due neon, i quali rendono l’immaginario da horror più reale. Le quattro mura hanno perfino dei graffi, non oso immaginare chi potrebbe essere il fautore, qualche ospite disperato contando le notti da passare presso questo hotel? Sebbene questi particolari inquietanti, c’è da dire che la pulizia è considerevole, altrimenti i 60 dollari non li varrebbe di sicuro. Mettendo da parte le recensioni di questo motel, i ristorantini del quartiere sono pittoreschi, si trovano delle pietanze molto interessanti: zampe di gallina, intestino di maiale e altre parti di maiale poco chiare. La scelta è stata difficile e travagliata, alla fine un proprietario Singaporiano ci è arrivato in soccorso alla sua fatti specie di bancarella, facendoci sentire quasi come a casa, per cui abbiamo avuto la buona fortuna di cenare con buoni piatti locali. 

La singolarità di questa città sembra essere la multi culturalità dei suoi abitanti, infatti c’è una mescolanza di cinesi, malesi, indiani e altri asiatici, non penso che esista il Singaporiano puro. Data l’alta crescita di questa metropoli-Stato l’affluenza di manodopera dall’estero è notevole. Bando alle ciance, è ora di recuperare il sonno perduto e iniziare l’avventura indonesiana in piene energie. Buona notte a tutti da Singapore City! 

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